Cultura

Scuola, arte e inclusione: riflessioni a caldo da una serie tv

Pochi giorni fa, studiando il catalogo di Netflix, mi sono imbattuto in una serie dal titolo particolare: “Alguien tiene que morir” (Qualcuno deve morire, in Italia). Catturato dal trailer e dal nome del regista, Manolo Caro, che avevo già apprezzato per “La casa de las flores”, ho avviato la riproduzione.

Le mie aspettative sono state subito ripagate: la serie, ambientata negli anni ’50 del Novecento in Spagna durante il periodo della dittatura di Franco, è caratterizzata da una serie di colpi di scena e cliffhanger che lasciano lo spettatore con la voglia di vedere altro e “sfondare” il limite delle 3 puntate di cui la miniserie si compone.

Tanti sono i temi inseriti nella trama, come la falsità dell’apparire del ceto alto, il razzismo (declinato nella dimensione spagnoli – messicani) e, ancora una volta, l’omofobia e il pregiudizio verso le forme d’arte.

Uno dei personaggi principali, Lazaro, è un ballerino classico originario del Messico e arriva in Spagna con l’amico Gabino, tornato in patria dopo un periodo di allontanamento di 10 anni. Dal momento dell’arrivo dei due la società locale, animata dalla professione di uno dei due, inizia a schernire i due amici, puntando alla distruzione del duo e delle loro personalità.

Questa narrazione ha dato il via a tante riflessioni, concentrate soprattutto sul rapporto danza – orientamento sessuale, nel nostro paese.

Tantissimi sono gli esempi di valorizzazione e promozione dell’arte performativa del balletto nelle grandi città, dove istituzioni importanti come il Teatro alla Scala, il Teatro dell’Opera di Roma e il San Carlo di Napoli possono godere. Per farla breve, il buon nome dell’ente di appartenenza copre (in linea di massima) il ballerino da eventuali attacchi, perché riconosciuto come “professionalità del settore”, in senso compiuto. Anche l’ambiente che si sviluppa attorno a queste realtà è più sicuro per le arti, e le motivazioni sono semplici: una maggior diffusione culturale, un livello più alto di studio, una maggiore apertura mentale a scambi tra diversi mondi.

Purtroppo, ciò che divide l’Italia in maniera fisica, ovvero la distanza fisica tra i territori, nonostante le grandi possibilità offerte dalla tecnologia, rimane ancora un limite insormontabile: più ci sia allontana dai luoghi di cultura, più il livello di apertura si abbassa. È una conditio sine qua non, in un certo senso. Se non c’è un presidio ben radicato a difesa della causa, questa è destinata ad avere una vita molto difficile, e a seguire chi gli ruota attorno.

Il binomio “ballerino – gay” (perché di questo si parla) è purtroppo una vera piaga sociale del nostro mondo, in cui siamo ancora costretti a incappare. È curioso vedere come se un ballerino è famoso e conosciuto, allora diventa un modello, addirittura da spot pubblicitario sulle emittenti nazionali, mentre se danza in piccoli teatri provinciali è uno sfigato (per non usare altri termini) che per arrivare a quel piccolo posto che ha, deve essere omosessuale (come se questo fosse qualcosa da recriminare) o essersi piegato a fingere di esserlo per ottenere qualcosa.

Come dimostra la serie, Lazaro alla fine non solo si rivela eterosessuale, ma anche interessato ad una donna più matura, comportamento che ancora oggi viene considerato una grandissima prova di mascolinità. Perché allora dobbiamo continuare a vivere in un mondo che continua a tornare e ritornare sui soliti cliché, sulle solite difficoltà, sempre sullo stesso schema?

In modo velato si additano sempre le istituzioni culturali come “colpevoli” di rivolgersi ad una classe elitaria e quindi incapaci di raggiungere un canale universale di trasmissione di valori di apertura, un po’ come a dire “se non lo fai tu che sei l’interessato, come può pensarci un’altra istituzione”. E qui sta il gap che dobbiamo sorpassare, il ponte che dobbiamo necessariamente cucire, e dobbiamo farlo il prima possibile.

È ora che la scuola, in quanto prima forma continua di contatto e formazione, inizi a giocare un ruolo fondamentale in questo ambito. Il sistema d’istruzione del nostro paese è completamente inadeguato alle necessità del mondo contemporaneo e necessita di una ristrutturazione dalla base, e non di un semplice restyling. Di qui a breve ci troveremo (volenti o non) a dover riformare il maggiore strumento di formazione dei valori civici. È giusto allora rimediare agli sbagli del passato e dare il giusto spazio, peso e valore al mondo dell’arte, altrimenti è inutile continuare a valorizzarci come paese della cultura, quando questa non è masticata dai cittadini. Tanto varrebbe essere il paese dei luoghi comuni, dei boomer, dei complottisti, e dei leoni da tastiera su facebook: queste sono le vere categorie alla ribalta adesso.

Riprendiamoci ciò che è nostro e strappiamo via l’oscurità e la nebbia che ci attanagliano da troppo. La danza può piacere, a prescindere dall’orientamento sessuale. Essere un artista non dipende dal fatto di essere gay o no. Appassionarsi alla cultura e al teatro non indica necessariamente appartenere al mondo LGBT+. Allo stesso tempo farne parte non vuol dire essere meno donne o uomini, di meno valore, o essere meno cittadine e cittadini.

Credere però che l’arte sia un “fattore meno” è indice di una cosa ben più grave: bigottismo, ignoranza, incongruenza. Lavoriamo tutti subito, ora per migliorare e migliorarci, tutti.

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Carlo Colleluori

Carlo Colleluori, 24 anni, ballerino a tempo perso e dottore in Scienze della Comunicazione e laureando magistrale in Media, Arti, Culture. È appassionato di lettura, serie tv e parchi a tema. Attivo anche nel sociale attraverso diverse associazioni, cerca ogni giorno di combattere e dare una voce ai diritti di tutte e tutti.

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