E l'Asia par che dorma

Myanmar: walkie-tolkie, rubini, oppio e democrazia

Quando nel 1986 visitai per la prima volta Myanmar (allora si chiamava Birmania e la capitale era Rangoon) l’impressione che si ricavava era quella di un Paese ‘addormentato’. L’immensa maestà sconfinata dello Irrawaddy, il tempo sospeso della valle dei templi di Pagan, la struttura medioevale di Mandalay, gli aerodromi persi nella giungla, l’evidente miseria della capitale: tutto questo concorreva a dare l’immagine di un Paese fermo, immobile, stagnate. Un Paese chiuso in se stesso: non si trovavano sigarette, non c’era birra. Al Sand Hotel l’orologio della Storia era fermo al giorno della rivoluzione anticolonialista del 4 gennaio del 1948 (che, in realtà, fu un colpo di mano): la bacheca dei lost & found, di cui si era persa la chiave, era piena di polvere che ricopriva gli oggetti di un’epoca coloniale (orologi da taschino, portasigarette d’argento, fermagli con brillanti, ecc.) e il pianista del piano bar suonava  ‘O sole mio, convinto che fosse un grande successo di Elvis Presley. Da Rangoon a Mandalay si volava su Fokker bielica costruiti almeno trent’anni prima.

Il Paese viveva nel terrore della repressione militare e le persone cui facevo domande erano evasive o, peggio, ripetevano formule di rito. Il turismo era limitato e soltanto di gruppo: occidentali pochi, molti giapponesi (tutti maschi) in cerca di rubini a buon mercato (e, soprattutto, veri e non di plastica). Gli organizzatori dei gruppi turistici, all’aeroporto di Bangkok, suggerivano caldamente di comprare al duty free una stecca di 555 e una bottiglia di Johnnie Walker, rigorosamente etichetta rossa: potevano essere utili, se si fossero incontrati problemi in dogana, uscendo. Problemi che si verificavano puntualmente.

Il colpo di Stato dei militari del 1° febbraio ha solo un unico obiettivo: riportare le lancette della Storia a prima del processo di lenta e incerta democratizzazione, a prima del 2015, a quell’epoca di immobilismo da cui traggono vantaggio solo i gruppi di potere. Per raggiungere questo obiettivo, il primo passo era ed è stato togliere di mezzo Aung Sang Suu Kyi (presidente del Consiglio, capo del partito di governo, premio Nobel per la pace, seppure ambigua e controversa spettatrice della pulizia etnica perpetrata a carico della minoranza etnica Rohingya, ma in ogni caso unica speranza per milioni di birmani), fabbricando accuse, le più disparate: dalla detenzione illegale di walkie talkie (!), alle mazzette accettate (600 mila dollari, secondo gli accusatori), ai brogli elettorali. Di tutto un po’, per mascherare il vero motivo, pubblicamente dichiarato dalla Giunta militare: le politiche governative di Suu Kyi “divergono” da quelle attese dai Generali. Ciò per dire, senza mezzi termini: puoi vincere le elezioni, puoi avere un tuo programma di governo, ma sempre che la Giunta militare sia d’accordo. In caso contrario, colpo di Stato (questo è il terzo in sessant’anni), con l’inevitabile seguito di repressione e di morti.

Myanmar ha 55 milioni di abitanti (stima, perché l’ultimo censimento ufficiale si è svolto 90 anni fa) e un PIL di 76 mld di dollari, con tassi di crescita annui che non superano mai il 3%. Il prodotto pro-capite è di poco superiore a 1300 dollari (2019), che significa – data la brutalmente ineguale distribuzione del reddito- che gran parte dei birmani vive al limite o al di sotto della soglia di povertà. Si tratta in gran parte delle minoranze etniche (8 ufficiali e 139 sotto etnie), che rappresentano un terzo della popolazione.

Una volta grande produttore ed esportatore di riso, oggi Myanmar – priva sostanzialmente di infrastrutture (strade, autostrade, ferrovie, porti, ecc.) – vive sulle gemme (rubini), il petrolio e l’oppio (con Thailandia e Laos forma il Triangolo d’oro). Un Paese gestito per decenni con incompetenza, minato dalla corruzione e strangolato da interessi forti e nascosti.

Mentre la lista dei morti – a seguito della feroce repressione dell’esercito contro ogni manifestazione in favore della democrazia– cresce giorno dopo giorno (le vittime sono, mettendo assieme tutte le fonti, almeno 130), la comunità internazionale, le organizzazioni sovranazionali e le grandi potenze hanno iniziato il solito scontato balletto. La parte del leone la sta svolgendo la Cina, come ovvio e come ormai è pratica quotidiana per l’élite di Pechino. La Cina ha grossi interessi in Myanmar: geo-politici, economici e di garanzia della minoranza cinese, che rappresenta circa il 3% della popolazione birmana e che è sotto attacco da parte dei birmani di altre etnie. Solo due settimane prima del colpo di Stato, il Presidente della Cina, Xi Jinping, ha avuto colloqui con l’allora Presidente del Consiglio birmano, Aung Sang Suu Kyi, e con l’allora Presidente della Repubblica, Win Myint. La visita – definita storica da entrambe le parti- si è svolta nell’ambito della Belt and Road Initiative, un mega progetto infrastrutturale che la Cina ha lanciato da qualche anno, con lo scopo di favorire la connessione dell’Asia all’Africa. Lo scambio commerciale tra Cina e Myanmar ha superato gli 11 miliardi di dollari e la Cina è il maggiore investitore estero in Myanmar.

È chiaro, anche se non giustificabile, il perché dell’atteggiamento di cautela cinese rispetto al colpo di Stato: il valore economico e strategico dei progetti val bene una messa. Non sorprende, quindi, che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non sia andato più un là di una dichiarazione (nemmeno una risoluzione) di generica condanna, senza alcun accenno a sanzioni, per l’opposizione di Cina e Russia.

Cautela anche da parte dell’Amministrazione americana: esacerbare i toni contro Myanmar potrebbe avere come unico risultato una maggiore influenza della Cina, vista da Myanmar come unico alleato possibile. Un altro tassello nei precari equilibri asiatici, scacchiera dove si confrontano le politiche egemoniche delle grandi potenze.

La democrazia può aspettare.

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