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LGBTeen: le tematiche queer nelle serie tv per adolescenti in Italia

Negli ultimi cinque anni, la diffusione su larga scala di piattaforme streaming e la possibilità di fruizione libera e tendente all’infinito di contenuti hanno portato una forte necessità di materiale nuovo da caricare, allargando di fatto la platea di storie da mettere in scena. In un mondo che divora contenuti in modo sfrenato, sfondare barriere pregresse per cercare nuovi orizzonti da esplorare non è un tabù, ma una tattica di sopravvivenza. Potremmo identificare questo come uno dei motivi che hanno portato l’ingresso consistente di materiale queer nelle serie tv recenti. La differenza tra la realtà e ciò che appare sullo schermo sembra assottigliarsi sempre più, raccogliendo la forte voce delle varie sfumature che compongono la nostra società. Terreno fertile per queste narrazioni sono le serie teen, che per definizione si concentrano sulle dinamiche degli adolescenti: queste sono passionali, intricate, profonde e, in un certo senso, pionieristiche in quanto capaci di trattare temi che solo più tardi e con più difficoltà riescono a permeare all’interno del target più adulto.

Per chi nell’Italia dei primi anni 2000 faceva già scorpacciate di serie tv e di drammi adolescenziali, è impossibile dimenticare storyline come quella di Marissa Cooper e Alex Kelly in The O.C. e Jack McPhee e Doug Witter in Dawson’s Creek (censurata nelle prime messe in onda sulle reti Mediaset). Considerando la tv e la cultura di base del pubblico di riferimento, queste brevi parentesi, all’interno del filone principale delle rispettive serie, riuscivano a mostrare uno spaccato di realtà e offrire una piccolissima vetrina al mondo arcobaleno. Ne veniva testimoniata l’esistenza, certo, seppur rappresentata con personaggi ancora troppo poco profondi e collocata in una dimensione lontana e dai confini ancora non ben definiti, soprattutto perché i protagonisti erano teenager americani, largamente ritenuti “più estremi” dei loro coetanei italiani.

Quindici anni più tardi le cose iniziano a farsi diverse, seppur con un grande ritardo. Grazie anche all’eredità della storia di Kurt e Blaine in Glee (che nel nostro Paese ha avuto una forte popolarità), ma anche di serie tv d’importazione più classiche che hanno sdoganato molti temi di integrazione sociale, come Grey’s Anatomy o Modern Family, la rappresentazione delle sfaccettature del mondo rainbow sta venendo a galla oggi anche nel contesto italiano, soprattutto (se non esclusivamente), grazie alle produzioni delle piattaforme di streaming.

La tv in senso stretto è infatti ancora legata ad un bigottismo anacronistico di matrice conservatrice, che ha relegato negli anni la rappresentazione dei personaggi omosessuali ad una macchietta comica (come quando Walter de I Cesaroni finge di essere gay solo per i vantaggi che questa posizione può portargli con le sue amiche), oppure ha scatenato la rivolta delle associazioni cattoliche (come per la messa in onda del bacio omo tra Sandro e Claudio in Un posto al sole). Ancora peggio quando nel 2016 mamma Rai censurò alcune scene da How to get away with murder (trasmesso in Italia come Le regole del delitto perfetto), scatenando l’indignazione non solo dei fan della serie ma anche della sua creatrice, Shonda Rhimes, e di alcuni membri del cast. L’emittente si scusò etichettando l’errore come “fatto in buona fede” e “per eccesso di pudore”, ritrasmettendo l’episodio senza censure. Sta di fatto che l’ambiente generalista italiano si era dimostrato impreparato e distante anni luce dai suoi competitors, dove l’omosessualità non è più una nicchia da seconda o terza serata, ma è radicata nella quotidianità.

Mentre l’Italia dibatteva sul taglio di HTGAWM, nel nord Europa arrivava una vera e propria rivoluzione delle serie tv pensate per il mondo teen. Dopo approfondite ricerche, il network norvegese NRK aveva messo a punto un progetto seriale efficace, creato su misura per gli adolescenti e che si reggeva su una base di immediatezza e transmedialità: pubblicare clip di pochi minuti come veri spezzoni di vita quotidiana su blog e profili social dedicati, prima di raccoglierli in un episodio e mandarlo in onda in senso tradizionale nel fine settimana. Nasceva così nel 2015 SKAM, un successo di dimensioni globali oggetto di remake di successo in moltissimi paesi. In Italia la serie viene importata da Cross Production e distribuita prima su TIMVision (stagioni 1-3) e poi Netflix (stagione 4, 2020), come SKAM Italia. L’impianto è semplice e fedele all’originale: ognuna delle 4 stagioni è concentrata sui problemi di un protagonista, scelto a rotazione sempre nello stesso gruppo di amici.

Dopo il timido apprezzamento della prima stagione, che si era conclusa con un cliffhanger davvero azzeccato, il vero successo della serie arriva con il secondo blocco di episodi, concentrati su Martino, sulla presa di consapevolezza della sua omosessualità e sulla sua tormentata storia con Niccolò. Questa stagione, oltre ad essere in anticipo come tematiche su quella originale, ha il merito di offrire un racconto di una storia LGBTQ+ senza filtri e vicina a quelli che potrebbero essere i drammi, i dubbi e i timori di un ragazzo che indaga il suo orientamento sessuale. La scelta di puntare tutto sui lunghi silenzi, i malumori e la solitudine rendono giustizia alla delicatezza del momento e permettono a tutti gli spettatori, già affini a queste tematiche che meno, di avvicinarsi gradualmente al personaggio e alla sua psicologia, giocando anche un “effetto educatore”: attraverso il gruppo di amici di Martino, quasi stereotipato sulla costruzione del binomio biliardino-birretta, riusciamo a mettere insieme i pezzi di un puzzle più complicato del semplice “venire allo scoperto”, perché ne apprezziamo le transizioni, le incertezze e, perché no, anche le incomprensioni. In alcuni passaggi si apprezza anche la maturità dei discorsi affrontati dai ragazzi, e la loro capacità di mettere in moto processi sensati di ragionamento, confrontando esperienze di vita diverse ma simili nella forma. Per esempio, riguardo le differenze tra l’essere gay e la professione di fede musulmana, è brillantissimo il discorso di Sana e Martino nella 4×07, perché è lontano dal banale aspetto pietistico che solitamente viene incollato su questi discorsi:

“Perché pensi che i miei amici non facciano domande stupide a me? Però se ogni volta io non mi mettessi lì a spiegare la differenza tra ‘transessuale’ e ‘gay’ Luchino sarebbe ancora convinto che voglio diventare donna. Se noi vogliamo fargli capire delle nostre differenze dobbiamo dargli delle risposte intelligenti alle loro domande stupide” (Martino)

Ovviamente la serie non è un semplice concentrato di buone intenzioni, ma ci racconta anche l’amore e la passione in senso più materiale di due adolescenti che, in quanto tali, vivono una intimità e una sessualità molto accesa. Tuttavia, l’impianto che abbiamo descritto rimane una premessa fondamentale, in quanto introduce gradualmente elementi minuziosamente calibrati, che permettono di allontanare le scene dei rapporti tra i due da una mera rappresentazione didascalica, raccontandoli nel loro significato più profondo e completo.

Parallelamente a SKAM Italia, un’altra produzione made in Italy di casa Netflix fa il suo ingresso sulla scena teen. Parliamo di Baby, basata sullo scandalo delle baby squillo di Roma del 2013, che racconta le vicende travagliate di un gruppo di adolescenti dei Parioli coinvolti nella malavita. Per quanto le basi siano estremamente promettenti, tuttavia osservare il quadro d’insieme finale lascia un po’ perplessi. Si nota un deciso cambio di direzione dalla seconda stagione, che sembra dirottare la serie verso un ambiente più scolastico e open-world, decisamente in linea con le altre serie di successo della piattaforma appartenenti allo stesso segmento, come la spagnola Élite. All’interno di queste “forzature” incontriamo le tematiche LGBTQ+, modellate sulla tormentata storia di Fabio e Brando. Per quanto sicuramente apprezzabile come trama e coinvolgimento, lo sforzo non raggiunge la soglia minima posta dall’asticella. I personaggi infatti sembrano quasi vuoti, se non fosse per la caratteristica di essere gay, poiché non maturano un vero sviluppo ma sembrano percorrere un tracciato fisso e delimitato, incapace di spaziare oltre e, per questo, estremamente retorico. La costruzione di questa storyline sembra essere funzionale solo alla necessità di raggiungere le “quote di diversità” nel racconto, se non addirittura di compiere uno scatto nella competizione diretta con la concorrente di TIMVision.

Da diverse parti, infatti, hanno indicato la serie come “colpevole” di queerbaiting, una vera e propria esca per queer mirata semplicemente all’inserimento di una trama che possa attirare quella fetta di pubblico. Sebbene il “purché se ne parli” di wildiana memoria sia un’ottica da tenere in considerazione, bisogna interrogarsi su cosa funziona e cosa no, aprendo un discorso più ampio che spazierebbe fuori dal semplice esempio di Baby.  Inserire un personaggio gay non implica di aver fatto un buon lavoro, in quanto la delicata situazione in cui viviamo richiede una costruzione più studiata, che possa essere rappresentativa dell’intera comunità e non semplicemente un contentino. Per di più, qualcosa diventa interessante e degno di essere approfondito quando sceglie un percorso diverso da quello già affrontato da altri, cercando nuovi esempi da raccontare senza girare sempre sugli stessi escamotage narrativi fino alla loro stagnazione.

Sex Education, produzione inglese sempre di casa Netflix corre proprio in questo senso, cercando di allargare il ventaglio di storie da raccontare, uscendo decisamente fuori dal solito tracciato. I ragazzi qui sono frizzanti e colorati, alla scoperta curiosa della loro sessualità, della quale non fanno un cruccio, ma motivo di orgoglio, esplorazione e normalità. È una serie irriverente che riesce a raccontare la storia di ragazzi gay che si truccano e di ragazze che abbracciano senza problemi la loro pansessualità. Una rappresentazione più completa ed esatta di quello che effettivamente il mondo degli adolescenti è oggi. Importare un modello del genere in Italia sarebbe un grandissimo passo in avanti, in quanto permetterebbe di sganciare la rappresentazione degli adolescenti queer che giocano a calcio balilla (nulla in contrario, va chiarito), ma di raccontare anche le storie di quelli che si chiudono in camera con le principesse del pop sparate a massimo volume, di quelli che affrontano un percorso di transizione o che semplicemente vivono una sessualità sdoganata e libera, ma consapevole.

Probabilmente in Italia qualcuno sta già lavorando a questo materiale, e si sta preparando a salire un nuovo gradino nella rappresentazione efficace di una parte della nostra realtà. Considerando i lavori di venti anni fa, sono già stati segnati enormi progressi, se non fosse già per il fatto che finalmente esistono produzioni italiane che ne parlano: seppur con forti limiti, Baby si fa testimone di episodi di bullismo nei licei e di conflitti familiari, così come SKAM Italia, in maniera più legittima, riesce a snocciolare in modo efficace un percorso di consapevolezza.

Sfondate queste barriere, è possibile immaginare di lavorare ad un prodotto più completo e rivolto ad un target adulto, per esempio sulla scia del reboot Netflix di Tales of the City, magari proprio ad opera delle case di produzione più classiche. Sarebbe un vero esempio di rinnovamento se Mediaset, ma soprattutto Rai, si mettessero a lavorare e fare la loro parte in un mondo che, di fatti, è già dieci passi in avanti rispetto a quello che raccontano con le loro proposte.

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Carlo Colleluori

Carlo Colleluori, 24 anni, ballerino a tempo perso e dottore in Scienze della Comunicazione e laureando magistrale in Media, Arti, Culture. È appassionato di lettura, serie tv e parchi a tema. Attivo anche nel sociale attraverso diverse associazioni, cerca ogni giorno di combattere e dare una voce ai diritti di tutte e tutti.

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