Cantami o Diva

Gerundio e gente ne I cavalli bianchi di Palazzeschi

Quando Palazzeschi pubblica, nel 1905 e a proprie spese, la sua prima raccolta di poesie, I cavalli bianchi, è appena ventenne. Le 100 copie stampate vanno a parenti ed amici, e la risonanza esterna è limitata a due recensioni di Moretti e Corazzini, anch’essi amici del Poeta.

I cavalli bianchi sono un libro compatto, anomalo e indecifrabile, uscito in segreto e come dal nulla, scritto, dice Palazzeschi, «con la semplicità e l’ingenuità di un bambino e la serietà di un asceta»” ( Adele Dei, Giocare col fuoco, Introduzione a Tutte le poesie, 2003). Ma è chiaro che le cose sono molto più complesse. Palazzeschi nel 1905 non è ancora ‘il saltimbanco dell’anima mia’, anzi è preoccupato del mondo che ha intorno e il tono fiabesco che pervade tutte le poesie de I cavalli bianchi è una maschera che cerca di celare la vera realtà del mondo: si sentono, di sottofondo, i bisbigli, i giudizi negativi e sprezzanti, ed emerge – non esplicitata ma chiara – la separatezza del Poeta rispetto a questo scenario. Egli osserva e descrive, ma, alla fine del gioco di reiterazioni, rime e ripetizioni, è lui che è sotto osservazione. “I versi del Poeta sono il centro di uno scontro tra io e il mondo” che si concretizza “nell’ossimorica alternanza” tra i soggetti, statici o restii al movimento, e il contorno pittorico, perennemente in azione (Valentina Panarella , in Palazzeschi: il crepuscolare, l’avanguardista, l’ironico, 2016).

L’ambiente in cui si svolgono i quadri de I cavalli bianchi è cupo, incombente, asfissiante. Il soggetto principale e ricorrente è la gente: un personaggio complesso e indifferenziato, dai cento occhi e i mille giudizi, associato quasi sempre a un gerundio, che scandisce le azioni, che la gente, prevalentemente ma non unicamente, compie. Già dalla prima poesia della raccolta (La croce) il tema binario gente e gerundio è esplicitato:

Laddove le vie fan crocicchio,
poggiata a un cipresso è la Croce.
Sul nero del legno risplendono i numeri bianchi:
ricordo del giorno.
La gente passando si ferma un istante
E sol con due dita toccando leggero quel legno,
fa il Segno di Croce.

Debutta anche un terzo elemento, che sarà anch’esso ricorrente: i cipressi. Che danno la puntualizzazione del paesaggio, monotonamente riproposto, eppure di volta in volta diverso.

Gerundio e gente, quindi, dominano la scena e il discorso narrativo e poetico.

Ed ecco allora (ne La fonte del bene)

……………………….

Sta intorno a la fonte
la gente aspettando la stilla.

Oppure, ne La lancia

Sul lago tranquillo sfiorando,
la lancia percorre girando più lesta del vento.

………………………………….

La gente alle rive si ferma guardando.

……………………………………………

La gente, il più delle volte ‘guarda’ (ma in quel guardare è racchiuso, non detto ma evidente, un giudizio sostanzialmente critico e negativo, oppure canzonatorio) o ‘passa’.

Così, in Il pappagallo,

…………………………..

La gente passando si ferma a guardarlo,
si ferma a chiamarlo,
si ferma fischiando e cantando:
ei guarda tacendo.

…………………….

Ripetuto ne Il figlio del re (La gente si ferma a guardarlo) e ne Il manto (La gente passando si ferma a guardare). Verso, quest’ultimo, riproposto identico, anche nella posizione (in chiusura) ne Le fanciulle bianche.

I cavalli bianchi si chiude con La figlia del sole, nella quale la gente non appare, anzi è data per assente (La casa non sembra abitata da gente). Mancando il soggetto, viene quasi automatica scomparsa del gerundio.

Nel giorno la porta non s’apre,
non s’ode segnale di vita nel giorno.
La casa non sembra abitata da gente.
Già cala la sera.
La porta si schiude pian piano,
ne l’ombra risplende la bionda,
la figlia che aspetta.
La notte incomincia la corsa sua nera,
la figlia rimane a la soglia in attesa
È notte.
Non s’ode che il fiero romore del vento
Che porta i lamenti lontani.
La figlia è su la soglia ancora.
Passan ombre di croci portate dal vento,
dal vento che all’ombra di croci trasporta
lamenti lontani.

Con I cavalli bianchi inizia il percorso poetico di Palazzeschi, che, per affermarsi, dovrà tuttavia ancora finanziare l’uscita dei suoi libri (Lanterna [poesie, 1907], Poemi [1909] e il primo romanzo,  :riflessi, 1908).

“In piena armonia con i crepuscolari nel rifiuto della condizione poetica, come «saltimbanco» della propria anima Palazzeschi sarà naturalmente coinvolto nel futurismo” (Edoardo Sanguinetti, Poesia italiana del Novecento, 1969), in un percorso non sempre cosciente, ma sempre meditato, che lo porterà assieme ai di volta in volta momentanei compagni di strada (siano essi crepuscolari, siano essi futuristi) ad attraversare (e superare) D’Annunzio e il dannunzianesimo (nei temi, nelle forme, nel verso, nell’idea stessa di poesia).

Lo stesso Palazzeschi non ha piena coscienza di questo percorso, se nel 1965 candidamente ma orgogliosamente confessava: “Se fui così dannatamente antidannunziano fu solamente senza saperlo, in forza del mio istinto che mi portava a esprimermi in modo tanto diverso da D’Annunzio. Non mi balenò mai per la mente che quello che facevo fosse antidannunziano. Ma questo risultato doveva essere inevitabile.” (Ferdinando Camon, Il mestiere di poeta, 1982).

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