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Kamchatka: tra storia e disastri ambientali

La Kamchatka si trova nel mezzo dell’Anello di Fuoco del Pacifico. Due grandi catene montuose portano alla luce trecento vulcani, di cui non meno di trenta attivi. Nel 1996 i vulcani della Kamchatka sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità. Uno dei vulcani in eruzione da anni è lo Shiveluch, dal quale è stato rilevato nel 2018 che la sua colonna di fumo aveva superato i 4.000 metri sul livello del mare.

La penisola di Kamchatka è sempre stata considerata dai leader dell’URSS (così come ora dell’attuale Federazione Russa) un luogo strategico essenziale. La sua vicinanza agli Stati Uniti portò alla costruzione di molteplici infrastrutture militari top-secret durante la Guerra Fredda, inclusa una base per sottomarini nucleari. Quindi la presenza di stranieri in Kamchatka fu completamente vietata fino alla caduta dell’Unione Sovietica (anche per russi che non erano della regione). Era un territorio estremamente militarizzato con più di 1.200 chilometri di lunghezza “chiuso” strettamente ai cittadini non URSS. Oggi c’è una città chiamata Vilyuchinsk, molto vicina alla capitale, che è ancora chiusa ai visitatori.

La Kamchatka è il luogo di un disastro ecologico che ha fatto il giro del mondo. La fuoriuscita di gasolio avvenuta nel circolo polare artico il 5 giugno 2019 è diventata il primo grave incidente nell’Artico. Si trattava di una perdita nella centrale termoelettrica n. 3 della compagnia energetica Norilsko-Taimyrskaya. Il fondo di uno dei suoi serbatoi si è indebolito, subito dopo che il terreno sotto la costruzione si è stabilizzato. L’incidente è stato causato dal crollo parziale dei supporti della vasca, poiché le temperature in quei giorni erano insolitamente calde e il permafrost si è sciolto. Di conseguenza, 15.000 tonnellate di diesel sono finite nei fiumi Daldykán e Ambárnaya e circa 6.000 tonnellate sono cadute sul pavimento dell’impianto.

Nei climi più caldi le conseguenze di uno sversamento di tale entità si stabilizzerebbero in 3 e 4 anni, mentre in questo caso ci vorrà un decennio per correggere il danno ecologico. Il gasolio fuoriuscito non può essere facilmente raccolto e non può essere bruciato, perché genererebbe sostanze pericolose per la vita.

La pulizia è stata poi oscurata da un altro disastro ecologico in Russia, avvenuto a settembre 2020. Migliaia di animali marini sono morti e diverse testimonianze locali assicurano che bagnanti e surfisti hanno subito ustioni chimiche nella baia russa di Avacha. Secondo una pubblicazione del governo regionale, tutto è successo dopo una tempesta quando l’acqua è diventata giallo-verde. Il quotidiano ‘The Siberian Times’ riporta che i livelli di fenoli sono aumentati di 2,5 volte e di 3,6 volte.

Ad oggi la causa di questo disastro non è nota. Greenpeace Russia a ottobre ha pubblicato i primi risultati di un’indagine condotta sui campioni d’acqua e di animali morti prelevati. Sono state rilevate tracce di sostanze tossiche, tra cui composti petroliferi e diversi metalli, ma non in una quantità tale da spiegare una strage di animali marini di così grande portata. La questione continua a essere taciuta in Russia e dal resto dei media mondiali.

 

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Chiara Gianferotti

Chiara Gianferotti, 24 anni, ha sempre o un libro o una valigia in mano. Vive a Madrid ed è laureata in Lingue per l’Editoria, con un master in Editoria e Traduzione. Attualmente si occupa di editing, traduzione e comunicazione editoriale come freelance. La sua più grande passione è scoprire nuove librerie e parlare di libri su Instagram.

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